HOME - GALLERIA ARTISTI - EVENTI
MARINO BENIGNA
Marino Benigna nasce a Chiuduno in provincia di Bergamo nel 1955, ha frequentato lo studio dello scultore-pittore Flavio Pozzi per diversi anni. Tra i critici che si sono occupati del suo lavoro citiamo: Fernando Noris, Elisabetta Calcaterra, Alessandra Redaelli, Federica Murgia. “Le mie opere ascoltano la voce umana, il grido dell'angoscia. Lo sguardo delle mie figure non é altro che lo specchio di me stesso, del mio emozionarmi davanti ad ogni avvenimento. L'ossessione nei miei quadri "é" nella mia vita. E' quell'immergermi dentro di me, nelle mie fobie, che mi dà forza, entusiasmo e voglia di ricerca interiore ed esistenziale. Sempre accompagnato dal grande mistero affascinante della vita e della morte”.Così Marino Benigna , pur consapevole dell'impossibilità di definire l'arte, spiega il suo sentire che si fa ricerca, ricerca di infinito e ricerca della sintesi tra l'ideale e il reale, nell'alveo di tutta una storia dell'arte, scandagliando gli anfratti dell'uomo e, in primis, di se stesso. Nelle opere malinconiche dell'artista prendono forma arcane crepe di disfacimento interiore che attraversano ritratti d'angoscia: denuncia della caducità dell'attimo di vita concesso all'uomo. Sentimenti raccontati da occhi sbarrati, che non sanno vedere un futuro, si ritrovano nella speranza che vacilla nell'allegoria di una tempesta, che lascia emergere la disperazione di chi si sente abbandonato sul guanciale d'auspici mortiferi. Un piccolo viso, trasfigurato dal terrore, riesce a fuoriuscire dalle coltri tirate fino al mento da mani di paura, mentre le linee di prospettive s'incontrano per raccontare pieghe di terrore che impediscono la flebile luce di una lampadina del domani. Grevi grumi di colori di solitudine sono la narrazione fatta da una faccia a metà, incartapecorita dal tempo e dal dolore, che si trincera nell'abbandono della spiritualità dei sogni, è la rappresentazione della sofferenza che dà la materialità. I colori spessi e spenti hanno imprigionato i sentimenti più puri per dar corpo alla rappresentazione di un oggi fatto solo di apparenze che feriscono l'essere.
Benigna ritrae forse l'uomo che ha perso se stesso e cerca di ritrovare la propria essenza, di riallacciare fili d'arte con la propria natura, di conciliare il suo simbiotico dualismo tra materia e spirito. |
|---|